venerdì 10 settembre 2010

Free-per-Click Strategie avanzate di Posizionamento Seo e Web Marketing


Ebook


Se avete un sito web o un blog e volete ottenere maggiori visite senza spendere un capitale con ad-words o altri sistemi pay-per-click allora questo è il nuovissimo sistema di web marketing che fa per voi.

Il nome dice tutto: Free-per-Click, ossia tutti i click che volete completamente gratis.

Questo sistema è ideale per chi fa parte anche di un sistema di affiliazione come Bruno Editore, a mio avviso uno dei migliori in circolazione per il mercato italiano.

Ma torniamo a noi. Cos'è Free-per-click.

Abbiamo già detto essere uno dei metodi migliori per guadagnare con un blog o un sito internet aiutandoci a far arrivare un numero elevatissimo di visitatori senza spendere un euro dopo pochi giorni dall'attuazione delle tecniche avanzate messe appunto dall'ideatore di questo programma, Massimo D'Amico.

Ma come funziona?

Free-per-click è in pratica un sito web privato accessibile solo agli iscritti. Avrete quindi a disposizione un vostro personalissimo Pannello di Controllo con tutto quello che vi serve per ottenere visitatori sul vostro sito web e sulle pagine sulle quali sponsorizzate i vostri prodotti. Per ciascuna risorsa avrai una guida che ti spiegherà passo passo tutto ciò che c'è da sapere su come utilizzarle al meglio oltre ad un praticissimo video on line con tutte le ulteriori istruzioni.

Tra le tante cose che troverete vi è uno strumento avanzatissimo per selezionare le keywords migliori per il vostro prodotto ed un altro per risparmiare tempo per l'indicizzazione sui motori di ricerca. Imparerai inoltre ad utilizzare i sottodomini in maniera efficacie (cosa che io personalmente ho trovato utilissima e di cui non ero a conoscenza).

Una toolbar ricchissima di risorse.

Una guida extra per chi utilizza google Adwords .

Apprenderai il metodo BlogBaster per aumentare in maniera facile e veloce il traffico sul tuo blog.

Questo è tanto altro ancora troverai in Free-per-Click.

Ciao a tutti,
Antonio


Ebook

mercoledì 18 agosto 2010

Bootstrapping - L'arte di arrangiarsi


Il termine Bootstrapping deriva dal barone tedesco Münchhausen, è una metafora per indicare appunto l’atteggiamento di chi si tira fuori da situazioni complicate senza l’aiuto altrui.

Proprio cosi. Bootstrapping e quello che fanno tutti coloro che per lanciare la propria idea sul mercato si affidano solo ed esclusivamente alla proprie risorse, economiche e strumentali. E’ l’arte del saper massimizzare ciò che si ha facendolo fruttare. Un sottile gioco di equilibri tra ciò che all’inizio si può fare per lanciare la propria impresa e quello che è meglio tardare a fare. Bisogna imparare a valutare i rischi legati a determinate scelte e al tempo stesso avere i coraggio di lanciarsi. So che tutto quello che ho scritto può sembrare banale e superficiale, eppure molta gente tiene chiusi i propri sogni nel cassetto perchè vincolati a convinzioni limitanti sul fatto che per fare impresa ci vogliano grandi capitali…quella è solo una delle tante strade che si possono percorrere e gli esempi di grandi imprenditori partiti da zero sono innumerevoli…

Vi propongo qui i consigli di due esperti del settore, due modi di affrontare la gestione di una società autofinanziata al fine di amministrare al meglio il capitale ed evitare di commettere errori.

Questo il decalogo di Rosemary Peavler su About.com.

1. Controllare i costi. Per un imprenditore che si autofinanzia ogni dollaro è importante. Non è il caso di produrre sprechi. Risparmiare è fondamentale. Bisogna dunque evitare di fare acquisti senza criterio, sostituire apparecchi funzionanti, investire in mezzi e/o strutture non strettamente necessari, ecc.

2. Assumere risorse part-time o volontari. Usare l’università come bacino per reclutare risorse umane a costo zero o comunque molto economiche. Spesso, infatti, i dipartimenti hanno programmi che prevedono l’inserimento di studenti all’interno di aziende per stage, tirocini e periodi di formazione. Questa soluzione potrebbe essere molto vantaggiosa per chi non ha grandi capitali da investire. In seconda battuta ci si può rivolgere a persone che hanno a disposizione solo poche ore libere al giorno e che quindi sono disposte a lavorare con contratti part-time.

3. Controllare il pagamento delle fatture. Estendere il periodo di credito per i clienti può essere controproducente se non si ha un flusso di cassa molto consistente. Bisogna accertarsi, invece, che i pagamenti avvengano nei limiti prestabiliti. Come leva per agevolare il saldo può essere anche utile offrire ai propri debitori uno sconto a fronte di una riduzione dei tempi di pagamento.

4. Non abbandonare il proprio lavoro finché non si è sicuri di potersi sostenere con la nuova attività. Ripetere questo consiglio non è superfluo. È abbastanza comune voler lasciare la propria attività per concentrarsi a tempo pieno sul nuovo business ma è sbagliato. Affrettarsi può essere un rischio. Bisogna essere sicuri che al momento dell’abbandono i risultati economici della nuova attività siano in grado di sostenere se stessi, il proprio stile di vita, la propria famiglia.

5. Posticipare i pagamenti. Non conviene affrettarsi nel pagare i fornitori prima della data di scadenza. È sufficiente essere puntuali. Anzi il consiglio è di cercare, se possibile, di ricevere dai propri creditori delle proroghe per il pagamento delle fatture. Tutto ciò implica il poter gestire il proprio denaro contante per un periodo di tempo maggiore.

6. Pubblicizzare il proprio business. Far sapere in giro che una nuova azienda è stata aperta. Chiedere alla propria famiglia e agli amici di spargere la voce e di raccomandare l’azienda a potenziali clienti. Se si possiede un sito web è consigliabile ottimizzare il suo posizionamento nei motori di ricerca, magari affidandosi ad un buon servizio di SEO.

7. Crearsi un ufficio a casa. Se si apre una start up è meglio lavorare da casa, almeno per i primi tempi. La soluzione ‘home office’ risulta più economica perché non prevede ulteriori costi d’affitto e perché permette di poter godere di agevolazioni fiscali [almeno negli Stati Uniti - n.d.r.].

8. Unirsi ad altre aziende. Attraverso la condivisione dell’ufficio con altre società si potranno risparmiare molti soldi. Non è impossibile trovare qualcuno disposto a condividere le spese d’affitto.

9. Usare lo scambio come forma di pagamento. Spesso è conveniente chiedere uno scambio alla pari con altre società. Offrire i propri servizi a società che ne hanno bisogno, al posto del denaro, può essere un ottimo modo per risparmiare sui costi. Nel bootstrapping il risparmio è una strategia fondamentale.

10. Gestire il proprio magazzino. Nel caso in cui si vendano solo prodotti (ma non servizi) è molto importante fare attenzione agli stock. I costi di magazzino sono molto alti, per cui avere molte scorte o tener fermi grossi quantitativi di prodotto può significare bloccare per lungo tempo dei capitali, riducendo conseguentemente il flusso di cassa.

Il venture capitalist Guy Kawasaki, invece, ha stilato una lista di 11 punti intitolata “The art of bootstrap”.

1. Focalizzarsi sul contante, non sulla redditività. Fare bootstrapping significa avviare un’attività con un piccolo capitale, brevi cicli di vendita, pagamenti a breve termine e incassi stabili e frequenti. Ciò vuol dire che non bisogna prendere in considerazione grandi operazioni che necessitano di 12 mesi per essere completate, benché possano essere maggiormente redditizie.

2. Fare previsioni dal basso verso l’alto. Molti imprenditori fanno previsioni di tipo ‘top-down’, ossia partono da un grandissimo mercato e si pongono come obiettivo di arrivare a conquistare una sua piccola percentuale. Prevedere dal basso, invece, significa partire quantificando le proprie risorse in funzione del tempo. Calcolare in primo luogo quanti prodotti e servizi si riescono a realizzare/erogare nell’unità tempo (ad esempio un mese) e moltiplicare poi questa cifra per il numero delle unità temporali. In questo modo si avrà una stima più realistica degli obiettivi che si è in grado di raggiungere nel lasso di tempo preso in considerazione.

3. Prima vendi, poi effettui dei test. Il prodotto perfetto non esiste. Potrà sembrare assurdo e da incompetenti ma molte volte non conviene aspettare che il prodotto (o il servizio) sia perfetto per poterlo vendere. Mettersi sul mercato non appena si è pronti significa anche iniziare a fare cassa il prima possibile. Inoltre questo tipo di approccio permette di scoprire il prima possibile cosa pensa il cliente del prodotto, avere un feedback immediato e quindi, in un certo senso, lasciare che sia la clientela a fare da tester.

4. Dimentica il team di esperti. Spesso le squadre di super esperti che in passato hanno lavorato per grossi nomi del settore sono sopravvalutate. Inoltre le persone che ne fanno parte sono abituate a salari molto alti e a uno stile di vita completamente differente. Non potrebbero mai adattarsi al mondo di un’azienda bootstrap. Dunque conviene assumere gente giovane e con poche pretese, molto motivata e che costa poco. In un secondo momento, quando le risorse dell’azienda saranno floride, ci si potrà concedere anche un management con più esperienza.

5. Iniziare dalla fornitura di servizi. Se l’azienda in questione produce software è preferibile che si dedichi in un primo momento alla fornitura di un servizio, piuttosto che alla vendita. In altre parole: prima di arrivare a vendere il software finito, il cui sviluppo potrebbe comportare una attesa piuttosto lunga, si dovrebbe fornire alla propria clientela servizi affini e direttamente legati a quello stesso software che si sta realizzando.

6. Focalizzarsi sulla funzione più che sulla forma. Le aziende bootstrap non possono dedicarsi alla cura della forma. I loro prodotti o servizi non devono essere belli o ‘cool’ ma puntare tutto sulla funzionalità, se vogliono essere vincenti. Il bello ma inutile non paga, almeno in questo campo.

7. Scegliersi la propria battaglia. Il bootstrapper deve scegliere la propria battaglia poiché con i suoi soli sforzi non può combattere contemporaneamente su tutti i fronti.

8. Lavorare con un organico ristretto. In molti casi si eccede con le risorse umane poiché si vuole essere sicuri di riuscire ad affrontare con tranquillità anche eventuali picchi di lavoro. Il piccolo imprenditore che si auto finanzia, però, non può permettersi questo lusso per ovvi motivi di costo. È indicato lavorare facendo affidamento sulle risorse umane strettamente necessarie.

9. Essere diretti. Il bootstrapping non ammette intermediari. Il rapporto dell’imprenditore con il cliente deve essere diretto. La soluzione migliore per la vendita dei suoi prodotti e/o servizi è l’e-commerce. Uno shop online è tutto ciò che serve. I margini di guadagno saranno sicuramente più alti rispetto ad altre soluzioni che prevedono ‘retailers’. Il contatto diretto con chi compra, poi, permette di avere feedback immediati sul gradimento. Quando il giro d’affari diventerà molto ampio ci sarà sempre tempo per affidarsi ad una distribuzione capillare sul territorio.

10. Posizionarsi contro il leader. Inserirsi nel mercato partendo da zero non è semplice. Richiede molto tempo, impegno e denaro. È inutile provarci. Più conveniente, dunque, usare un posizionamento meno complesso, partendo dal lancio di una sfida al leader del mercato. Attaccare frontalmente il numero uno può rivelarsi un’ottima strategia.

11. Prendere la pillola rossa. Il riferimento al film “Matrix” qui è evidente. In quel caso la pillola rossa era quella che veniva offerta al protagonista per accedere alla conoscenza, alla verità; quella blu invece era la pillola dell’oblio. Un bootstrapper non può permettersi la pillola blu. Sa benissimo a cosa va incontro. Sa che la sopravvivenza della sua azienda è funzionale alla quantità di denaro ‘bruciato’. Più velocemente si spende, più velocemente si affonda.


mercoledì 24 giugno 2009

4 ore alla settimana - Tim Ferris

Il titolo di questo libro non vuole essere semplicemente una provocazione ma una vera e propria sfida. Nelle circa 300 pagine l'autore, il giovane imprenditore statunitense Tim Ferris, vi propone un modello di impresa del tutto innovativo. Una lettura che ho trovato molto interessante e tanti consigli utili per migliorare la produttività aziendale ristrutturando penieri e metodologie di management convenzionali. Confrondandomi con amici, imprenditori e cercando sul web reazioni di altri lettori, ho notato che molti hanno interpretato il contenuto di questo libro come un "inno" alla pigrizia. In realtà questa è proprio una delle tante convenzioni che l'autore vuole smantellare dalla mente dei suoi lettori. Ferris introduce un concetto che ho trovato molto interessante e che mi ha fatto sentire molto vicino a lui nel modo di pensare e fare. Parla infatti di coloro i quali chiama i "Nuovi Ricchi". Chi sono costoro? Semplicemente piccoli, medi e talvolta grandi imprenditori (se parliamo in termini di fatturato delle loro aziende) che concepiscono il loro business in base al loro "stile di vita", quantificandolo sia in termini economici che in termini di tempo libero. I loro obbiettivi sono ben definiti e vertono al conseguimento e quindi mantenimento del proprio equilibrio personale. Non per tutti fare più soldi possibili è l'obbiettivo finale. Accumulare ricchezze ed aspettare la pensione per godere dei frutti del proprio lavoro non è esattamente il massimo delle aspettative; un concetto questo condiviso ma al quale in pochi riescono a trovare una soluzione alternativa. Timothy Ferris prova a darne una nel suo libro, i "micropensionamenti".
Sono tanti gli argomenti presenti in questa pubblicazione ormai divenuta "best seller" su cui spenderei del tempo, ma il mio consiglio è quello di correre in libreria ed acquistarlo.
Più avanti cercherò di analizzare diverse tematiche proposte da "4 ore alla settimana" con diversi post, in modo da potermi soffermare in maniera più particolareggiata su determinati aspetti senza rendere troppo noiosa la lettura.
Stay tuned........

lunedì 22 giugno 2009

Regione Puglia - Manovra Anticrisi - Fino a 400mila euro per 3 anni - il nuovo bando

Un bando da 43milioni di euro per donne, giovani, disoccupati, lavoratori in procinto di perdere il posto, cassaintegrati, ragazzi di "Bollenti Spiriti", precari. È l'avviso per lo "Start up" di microimprese realizzate da soggetti svantaggiati, l'unico che permette, non ad un'azienda ma ad un privato cittadino, di uscire dalle difficoltà mettendosi in proprio, una sorta di passaporto verso una svolta esistenziale che può rivelarsi risolutiva soprattutto in tempi di crisi.

Si tratta del bando più atteso della manovra anticrisi, perché è il più potente incentivo del genere in Italia. Mette a disposizione fino a 400mila euro a fondo perduto per ogni microazienda, di questa somma 150mila euro potranno essere spesi per investimenti, acquisto di locali, suoli, strumenti e attrezzature e 250mila per i costi di funzionamento di un'impresa, dunque stipendi, affitti, leasing, bollette. Il tutto per tre anni di esercizio.



Non era mai avvenuto fino ad oggi che si potessero agevolare anche questo genere di spese. L'incentivo funziona come una specie di maxi prestito d'onore con la differenza che è a fondo perduto, dunque non si restituisce. È a favore di disoccupati e precari, ma si lega anche alle politiche di imprenditorialità femminile e giovanile, permette il sostegno dei cassaintegrati intenzionati ad uscire dall'azienda, valorizza i giovani di Bollenti Spiriti perché mettano in piedi un'attività propria. Inoltre tutti gli aiuti previsti per il commercio sono destinati a quelle aree confluite nelle Zone Franche urbane per situazioni di disagio. Questa è una novità di grande rilievo: il Governo infatti ha istituito la categoria delle "Zone Franche" ma ne ha riconosciuti i benefici solo per tre, Foggia, Taranto ed Andria. La Regione invece estende l'incentivo a tutte quante le "Zone Franche" (sono rintracciabili sul sito del Dipartimento dello Sviluppo economico), allargando le agevolazioni nella quantità e agendo più velocemente.

Si calcola che il bando "Start up" svilupperà in totale investimenti e spese di funzionamento per 90 milioni di euro, con un'iniezione di fondi pubblici pari a 43milioni.

sabato 20 giugno 2009

On The Road - un viaggio low cost in giro per il mondo

Gionata Nencini a 21 anni ha deciso di intraprendere un viaggio di 300 000 km che lo sta poratando a visitare tutto il mondo, attraverso 6 continenti a bordo di una Honda Transalp di terza mano pagata 800 euro e con 2200 euro in tasca. Un viaggio algi occhi di molti sconsiderato. Nessuna organizzazione, nessuna sponsorizzazione, nessun visto. Nemmeno un navigatore satellitare. Solo la voglia di girare, vedere, imparare. Mettersi alla prova. Dimostrare che tutto è possibile e non fermarsi alle solite convenzioni. In 4 anni si possono fare tante cose alla sua età. La scelta di molti??? Laurearsi....la sua: viaggiare e tornare a casa consapevole.

"Io viaggio con un budget di 2200 euro, senza visti, senza carnet de Passage, senza patente internazionale, finanziamenti esterni e con una moto di 22 anni, per dimostrare che "il giro del mondo in moto" non è una questione di soldi e di preparazione." G. Nencini

Vi posto il suo video che riassume i suoi primi 4 anni in giro per il mondo. Guardatelo e lasciatevi ispirare dalla sua genuinità....


Per donare un pieno di benzina a Gionata andate sul suo blog www.partireper.it

La moda del risparmio



Oggi il web pullula di ebook che promettono la ricetta perfetta per risparmiare sulla spesa, siti che offrono consigli su come prepararsi l'acqua minerale in casa per non comprarla al supermercato e via discorrendo, gli esempi sarebbero tantissimi...
Ora, nessun problema sul cercare di acquistare un prodotto o un servizio al miglior prezzo sul mercato. Io stesso sono il primo a viaggiare solo ed esclusivamente ormai da anni con compagnie low-cost e ho ormai boicottato le povere agenzie di viaggio organizzando da me i viaggi. In realtà, per quanto mi riguarda, trovo la cosa altamente gratificamente (parlo di organizzarmi da solo le vacanze). Il problema che volevo sollevare è però un altro. La corsa al risparmio è a volte ingiustificata da parte di alcune persone. Le cose che compriamo a volte con un risparmio del 60% confronto al prezzo di listino ci servono realmente o potevamo farne a meno??? A volte a questa domanda nessuno riesce a dare una risposta sensata. Molte volte compriamo accessori per la nostra vita inutili o quasi solo per appagare il nostro orgoglio di talent scout dell'offerta del secolo. Pensateci. Solo questa domenica un LCD da 50 pollici a 800 euro invece che 1500 euro. Non potete farvi scappare quest'offerta. Il vostro 46 pollici comprato l'anno scorso vi ha gia stancato, vero???
Volere sempre di più va benissimo, anzi, è l'unica maniera per ottenerlo, ma cerchiamo almeno di ragionare con la nostra di testa e non con quella dei volantini della grande distribuzione e della tv.
Facciamo una lista mentale e non di quello che desideriamo veramente, appuntiamolo su un foglio da portare magari in tasca, sempre con noi, quasi un promemoria. Diamo delle priorità.
Ora vi chiedo. Risparmiare o guadagnare di più per ottenere quelle piccole soddisfazioni che ci renderebbero più felici????
Risparmiare o guadagnare.....
Io dico...come si fa a risparmiare se già ci priviamo di tante cose a causa di stipendi da fame che ci permettono a malapena di arrivare a fine mese?
Io dico...guadagnamo qualcosina di più!!!
Oggi la rete ci dà l'opportunità di essere informati in tempo reale su tutto quello di cui abbiamo bisogno. Ci da i mezzi per farci conoscere in tutto il mondo a costi irrisori se non completamente gratis. Di avere una vetrina su mercati prima sconosciuti. Perchè non sfruttarla???
Tanti lo hanno fatto e tanti hanno storie da raccontare. Storie di successi più o meno grandi. Storie di crescita e soddisfazione personale.
Tutti noi, ammettiamolo, abbiamo sempre avuto una qualche idea che ci girava per la testa e abbaimo pensato di metterci in proprio. Non sempre per farlo bisogna fare a tutti costi scelte epocali. Stravolgere da un giorno all'altro il proprio stile di vita. Le cose si possono fare a piccoli passi e con il minimo rischio. Il tutto sta nel lanciarsi, nel fare il primo passo.
Iniaziamo creandoci un secondo lavoro, una seconda entrata.
Nei prossimi post con case-study, esempi e risorse spero di riuscire ad indirizzarvi sulla strada giusta.
Ancora una volta,
ciao a Tutti.


venerdì 19 giugno 2009

Case Study n°1 - KFC e la sua ricetta di successo




Questo è il primo case study che vi propongo su questo Blog. Mi collego con questa storia al mio post precedente prendendo in esame la storia del colonnello Sanders che, dopo essere andato in bancarotta ed aver pagato i suoi debiti, ha creduto nella sua nuova ricetta per il pollo fritto e cominciò a girovagare per gli States andando a proporre a tutti i ristoratori la sua "magia".


KFC, acronimo di Kentucky Fried Chicken (in italiano: Pollo Fritto del Kentucky) è una catena statunitense di fast food. La ricetta della sua specialità, il pollo fritto, è tenuta segreta sin dalla sua creazione. Dovrebbe essere costituita da 11 erbe e aromi. La sola cosa che viene indicata dal creatore della catena e della ricetta, è l'aver utilizzato "una pala per scavare un tunnel nella farina ed avere precedentemente mescolato le erbe e gli aromi". Venne acquistata negli anni '70 dalla Pepsi Cola e attualmente fa parte del gruppo Yum! come anche Pizza Hut.


Nato e cresciuto subito fuori Henryville, in Indiana, il 9 settembre del 1890, Harland Sanders intraprese in gioventù diverse professioni: manovale in una fattoria, autista di tram, soldato dell’esercito a Cuba, aiutante di fabbro ferraio, assicuratore, e operatore di stazione di servizio per la Standard Oil.Nel mezzo della Grande Depressione, nel 1930, aprì il suo primo ristorante in una stazione di rifornimento benzina a Corbin, in Kentucky. Sanders era benzinaio, capo cuoco e cassiere e chiamò la zona pranzo “Sanders Court & Café”. Questa ebbe un successo tale che nel 1936 il Governatore del Kentucky Ruby Laffoon concesse a Sanders il titolo di Colonnello del Kentucky come riconoscimento del suo contributo alla cucina dello Stato. L'anno seguente The Sanders Court & Café ampliò il ristorante fino a 142 posti a sedere e aggiunse un motel sulla strada. Nel 1939 la Sanders Court & Café appare per la prima volta nella rivista di cucina “Adventures in Good Eating” di Duncan Hines. Quell’anno un incendio distrusse la Sanders Court & Café, che fu immediatamente ricostruita e riaperta. La prima ricetta di pollo fritto prevedeva una cottura di trenta minuti in una casseruola di ferro, operazione troppo lunga per un fast food. In seguito Sanders modificò il processo di cottura per il suo pollo utilizzando una frittura a pressione, riducendo sensibilmente il tempo di cottura. Nel 1940 Sanders elaborò quella che è conosciuta come la sua ricetta originale (il manoscritto originale è conservato presso la sede della KFC sede a Louisville, in Kentucky e sorvegliata strettamente). Nel 1949 Sanders sposò Claudia Price.La Sanders Court & Café generalmente serviva viaggiatori, spesso quelli diretti in Florida, così quando negli anni ’50 fu progettata la strada che sarebbe diventata la Interstate 75 aggirando Corbin, Sanders vendette le sue proprietà. Il giorno stesso ricevette stesso il suo primo assegno di indennità di disoccupazione di $105. Dopo aver pagato i suoi debiti era virtualmente in bancarotta. Nel 1952 cominciò a viaggiare città per città lungo gli Stati Uniti a vendere il suo pollo ai proprietari di ristoranti. Il primo a stipulare un contratto franchise con il Colonnello fu nel 1952 Pete Barman a Salt Lake City, in Utah. Il contratto prevedeva il pagamento di un nichelino (5 cents) a Sanders per ogni pollo venduto. Nel 1964 il Kentucky Fried Chicken era già stato venduto in oltre 600 punti di vendita franchising sia negli Stati Uniti sia in Canada, e nel primo ristorante oltremare in Inghilterra. Quell’anno Sanders vendette tutti i suoi interessi nella compagnia per 2 milioni di dollari a un gruppo di investitori capitanati da John Y. Brown Jr., futuro governatore del Kentucky. Il Colonnello rimase uno dei frontman della compagnia. Nel 1966 la Kentucky Fried Chicken Corporation diventò publica e tre anni dopo fu inserita nelle liste della New York Stock Exchange. Più di 3500 franchise e ristoranti di proprietà fanno parte di un’operazione globale quando Heublein Inc. acquista la KFC Corporation nel 1971. Il 16 dicembre 1980 il Colonnello Harland Sanders muore di leucemia. Per quattro giorni furono sventolate bandiere americane su tutti gli edifici di Stato.Nel 1982 la Kentucky Fried Chicken divenne una sussidiaria della R.J. Reynolds Industries, Inc. (ora RJR Nabisco, Inc.) quando la Heublein, Inc. fu acquisita da Reynolds. Nel 1986 la PepsiCo, Inc. acquista KFC dalla RJR Nabisco, Inc. Nel 1997 la PepsiCo, Inc. annuncia lo spin-off dei suoi ristoranti fast-food – KFC, Taco Bell and Pizza Hut – nella Tricon Global Restaurants, Inc., la più grande compagnia di ristoranti a livello mondiale, che nel 2002 cambia nome in YUM! Brands, Inc (comprendente i ristoranti KFC, A&W® All-American Food® Restaurants, Long John Silvers®, Pizza Hut® e Taco Bell®).Oggi la catena KFC è diffusa in più di 80 paesi al mondo, in circa 13.000 ristoranti. Ogni giorno circa 8 milioni di persone mangiano in uno di questi ristoranti. Né in Italia, né in Svizzera sono presenti ristoranti della catena.